Non sono un appassionato di scacchi, anzi a dirla tutta direi che quando si tratta di scacchi non posso fare altro che definirmi ignorante. Le uniche conoscenze che ho in materia derivano dalla mia istruzione informatica: far muovere correttamente i vari pezzi sulla scacchiera (il cavallo si muove ad L, la torre in orizzontale e verticale, l’alfiere in diagonale, ecc…) è ad esempio un ottimo esercizio di programmazione con vincoli, ma il gioco della settimana enigmistica (il bianco muove e fa scacco matto in n mosse) fingo proprio di non vederlo.
Un’altra cosa che so – e che mi ha lasciato stupito la prima volta che l’ho scoperto – è il fatto che gli scacchi sono una disciplina sportiva associata al CONI. Ripeto: disciplina sportiva, quindi sport. C’è di che stupirsi insomma!
Data la mia ignoranza non conoscevo quindi la parabola di Robert James Fischer, primo (unico?) campione del mondo di scacchi americano, diventato un’eroe negli States dopo la vittoria nel ‘72 in Islanda contro il russo Spassky – vittoria che ha di fatto interrotto un’egemonia sovietica che durava da sempre.
Figlio di una donna spiata dall’FBI, Bobby Fischer è stato il classico genio maledetto (è mancato da poco più di un anno), prima osannato in patria come eroe della guerra fredda e poi ricercato come un traditore per le sue esternazioni contro l’America dopo l’attacco dell’11 settembre, le sue idee antisemite, il rifiuto di giocare nuovamente per il titolo – perso quindi a tavolino.
Al suo nome è anche legata la leggenda metropolitana che racconta di fortissimi giocatori di scacchi battuti in tornei giocati on-line da uno sconosciuto che non poteva esser altro che lui.
L’hanno definito in tanti modi – inaffidabile, istrione, buffonesco, geniale, offensivo, paranoico, cattivo, infantile – ma in verità è stato soprattutto un maestro della rinuncia o un asceta improbabile. Strano paradosso. Ti blindi dentro un’ossessione per evitare gli altri e aggirare la Storia e ti ritrovi proprio al centro della scena, sotto gli occhi di tutti.
La storia di questo personaggio controverso è raccontata in modo molto appassionante nel libro Re in fuga – la leggenda di Bobby Fischer di Vittorio Giacopini. Nonostante gli scacchi non siano il mio forte ho trovato il racconto interessante e coinvolgente e a lettura terminata mi è rimasta la voglia di saperne qualcosina in più. Non posso fare altro, quindi, che consigliarlo a tutti!
Col suo stile preciso e tagliente, l’autore ci mette davanti a uno specchio dove il mondo chiuso e autoreferenziale degli scacchi e quello paranoico, lucidissimo, di Bobby diventano il nostro. Ne viene fuori una storia appassionata, esauriente eppure sempre capace, quando occorre, di fare un passo indietro. Per pudore, per rispetto.
A voi la prossima mossa!
zar
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